Testo ed elaborazione creativa © Alessio Birri. Riproduzione e utilizzo non autorizzati vietati, fatti salvi gli usi consentiti dalla legge.
Testamentum Parte I – Preludio
Testo ed elaborazione creativa © Alessio Birri. Riproduzione e utilizzo non autorizzati vietati, fatti salvi gli usi consentiti dalla legge.
Testamentum Parte I – Preludio
Al nome di Dio.
Amen.
L’anno del Signore
mille settecento quaranta.
Non è cosa più certa della morte,
né più incerta
l’ora della medesima.
Essendo sano di mente,
benché languente di corpo,
io,
Tommaso Crudeli di Poppi,
abitante in Firenze,
faccio il presente testamento.
Il tempo si piega,
la carne si arrende,
ma resta la voce
che scrive e difende.
Fatto
nelle carceri dell’Inquisizione
in Firenze.
Maligna Pianta
Non nacque in un giorno la paura
né con un sol rogo prese radice
Venne sottile come nebbia d’autunno
si posò lieve nei chiostri
su libri chiusi
su parole dette piano
Anch’io camminavo in quei corridoi
tra croci e sguardi bassi
e imparai che il silenzio
sa farsi legge
Cresceva piano senza rumore
coperta di zelo e silenzio
all’ombra dei palazzi e delle sagrestie
brace sotto la cenere viva
Maligna Pianta
nel cuore dell’uomo
Maligna Pianta
stringevi la parola
Ti chiamavano fede
ti chiamavano ordine
soffocavi il lume
stringevi il pensiero
In Toscana non furon solo roghi
talvolta bastava un sospetto
una parola mal compresa
dopo il vespro
Chi aveva mente viva
restava esposto al vento
E mentre parlavano di pace e morale
vedevo tremare gli spiriti più acuti
Maligna Pianta cresceva
per abitudine
Maligna Pianta
nel cuore dell’uomo
Maligna Pianta
stringevi la parola
Ti chiamavano fede
ti chiamavano ordine
soffocavi il lume
stringevi il pensiero
Così cresceva la pianta
attanagliava il pensiero
Si stringeva il suolo sotto i passi
di chi cercava lume
E restare invisibili
non era concesso a lungo
Accademie e Conversazione
Così cercai il lume.
In una terra antica di silenzi
dove il timore aveva nome e legge.
Nacqui senza clamore
tra libri chiusi e porte socchiuse.
La città parlava a bassa voce
e ogni parola portava un’ombra.
Dicevano:
il suolo forgia gli uomini,
il clima piega il pensiero,
i costumi sono lacci invisibili.
Ma io vedevo scintille accendersi
tra tavoli colmi di carte e vino.
Accadèmie e conversazioni,
nomi sussurrati come brace viva.
Non era rivolta.
Era studio.
Non era scandalo.
Era dubbio.
Sotto il peso d’un secolo austero
qualcosa mutava senza clamore,
come vento che cambia direzione
senza spezzare gli alberi.
Lume, lume dentro me,
non sono nato per tacere.
Lume, lume arderà,
non saprò mai tacere.
Avevo visto la paura farsi dottrina,
il rogo chiamarsi zelo,
il nome di Dio
usato come freno.
Ma sotto un Prìncipe diverso
la città respirava più larga.
Non solo disciplina e censura,
ma libri, lettere, idee in viaggio.
Chi parlava per fanatismo
trovava meno ascolto.
Chi cercava la verità
non restava più solo.
Non conoscevo ancora il prezzo
di quella fiamma sottile.
Ignoravo i volti dei giudici.
Ero soltanto un uomo giovane
che imparava a pensare
senza chinare il capo.
Lume, lume dentro me,
non sono nato per tacere.
Lume, lume arderà,
non saprò mai tacere.
Non nacqui per sfidare il buio.
Nacqui per comprendere.
Ed è comprendendo
che la mia voce trovò forma.
Il Giuramento
Firenze tace sotto torri antiche
e l’aria pesa come prima del temporale.
C’è un lume acceso dietro una porta chiusa
e qualcuno veglia
perché non si spenga.
Venivo da stanze di libri e domande,
da accadèmie dove il pensiero respirava piano.
Tra conversazioni e fogli passati di mano
la città imparava a dubitare.
Non era tumulto,
non era clamore,
ma una sete silenziosa di vero.
E chi temeva quella piccola luce
già la chiamava errore.
Poi venne una notte senza proclami,
un passo che nessuno vede fare.
Non era ambizione,
non era sfida.
Era soltanto
scegliere dove stare.
Non nacqui per tacere
né per piegare il lume alla paura.
Non nacqui per tacere
quando il vero viene posto alla catena.
Se il pensiero è colpa
allora sia la mia.
Se il lume deve ardere
che arda dentro me.
Non nacqui per tacere.
Questa notte
è il giuramento.
Non ero giovane né ingenuo
quando giurai quella notte.
Seguii la voce
di chi aveva visto più lontano
e portava vento nuovo tra le stanze.
Entrai dove uomini diversi sedevano insieme
senza chiedere al sangue né al titolo il valore dell’uomo.
Fratelli soltanto
nel peso della coscienza,
custodi di un lume fragile
e necessario.
Non dirò i segni,
non dirò le forme.
Non è il mistero
che ci rende fratelli.
È la promessa
di restare uomini
quando il mondo domanda silenzio.
Non nacqui per tacere
né per piegare il lume alla paura.
Non nacqui per tacere
quando il vero viene posto alla catena.
Se il pensiero è colpa
allora sia la mia.
Se il lume deve ardere
che arda dentro me.
Non nacqui per tacere.
Questa notte
è il giuramento.
Ma da Roma cadde un sigillo di ferro.
Una parola scritta
per spegnere le stanze illuminate.
La chiamarono
“In Eminenti”.
Dissero:
chi giura tra fratelli tradisce la fede,
chi pensa libero tradisce l’ordine.
Ma io lessi
tra quelle righe di piombo
non la voce del cielo
ma la paura degli uomini.
Non nacqui per tacere.
E ormai la via non torna indietro.
Non nacqui per tacere
quando il lume vacilla nel vento.
Se il pensiero è colpa
allora sia la mia.
Se il lume deve ardere
che arda dentro me.
Non nacqui per tacere.
Questa notte
io giuro.
E se verranno giudici e catene
ricorderò questa stanza silenziosa.
Perché un uomo può essere piegato
ma un lume acceso
non obbedisce al buio.
9 Maii 1739
Scrivete pure:
nove maggio
millesettecento trentanove.
Scrivete che entrarono all’alba,
che trovarono libri
dove cercavano colpe.
Scrivete che presero un uomo.
Ma non saprete scrivere
il nome del vero imputato:
il Pensiero.
Mi presero piano,
come si prende un libro
che non deve più circolare.
“Dottore…
poeta…
segretario.”
Tre parole pronunciate piano:
Colpevole.
Firenze dormiva dietro i vetri,
strade pulite,
campane tranquille.
Ma dentro quelle mura
la luce
diventava interrogatorio.
Non volevano me.
Volevano nomi.
Stanze,
tavoli,
dove il lume
passava di mano.
Chiedete nomi,
chiedete libri,
chiedete chi accende il lume.
Chiedete fede,
chiedete silenzio,
ma non spegnerete il lume.
E se il pensiero è colpa
scrivete il mio nome
dentro la vostra paura.
Io non nacqui per tacere.
No,
non nacqui per tacere.
“Con chi ti riunisci?”
— Con uomini.
“Che uomini?”
— Ogni sorta:
basta che sian galantuomini.
Calzolai,
medici,
studiosi.
Gente
che parla.
“E dove?”
Nelle biblioteche,
nelle accadèmie
dove l’inchiostro respira.
“Che leggi?”
— Ciò che temete.
E allora capii:
non cercavano scandalo.
Cercavano un esempio.
Spegnere uno
per fermare il lume.
Chiedete nomi,
chiedete libri,
chiedete chi accende il lume.
Chiedete fede,
chiedete silenzio,
ma non spegnerete il lume.
E se il pensiero è colpa
scrivete il mio nome
dentro la vostra paura.
Io non nacqui per tacere.
No,
non nacqui per tacere.
Prima cercarono vergogna,
una macchia
da gridare alla città.
Ma la vergogna
non venne.
Allora guardarono i miei libri,
le parole
lasciate sul tavolo.
E capirono
chi sedeva davvero
sul banco degli imputati:
non il mio nome,
non il mio corpo.
Il lume.
E la luce
fa paura
a chi vive nell’ombra.
Chiedete nomi,
chiedete libri,
chiedete chi accende il lume.
Chiedete fede,
chiedete silenzio,
ma non spegnete il lume.
E se il pensiero è colpa
portate pure la sentenza:
il lume vive ancora.
Io non nacqui per tacere.
No,
non nacqui per tacere.
Nove maggio
millesettecento trentanove.
Il lume
non firma silenzi.
[Instrumental]
Il lume non è mio
Io l'ho soltanto custodito
Per il tempo che mi fu concesso
Se queste parole vi raggiungono
Allora il lume vive ancora
Custoditelo
[Instrumental]
Non chiamatemi santo.
Non chiamatemi martire.
Chiamatemi:
Voce.
Ho conosciuto chiavi e ferro,
la prigione che stringe il fiato,
il giorno che entra a righe sul muro.
Mi chiedevano nomi e simboli,
non per capire
ma per legare.
E io, malato e lucido,
imparai a pesare le parole
come pane
in tempo d’assedio.
Non era il segreto il peccato,
era la porta che si apriva:
stanze,
libri,
conversazioni.
Idee che passano di mano
come brace sotto la cenere.
Non si spegne il lume
non lo spegnerete mai
Non si spegne il lume
anche se bruciate i libri ormai
Reprimete pure le voci:
non lo spegnerete
mai.
Poi venne il peggio:
non il carcere,
ma il silenzio.
Il rogo dura poco,
il fumo si perde,
resta il mondo
a fingere.
Mi tolsero dagli scaffali,
dalle liste,
dalle bocche.
Mi fecero piccolo:
omissioni,
note a margine,
“forse”,
“pare”,
“si dice”.
La menzogna più docile
è quella
che non grida.
Non si spegne il lume
non lo spegnerete mai
Non si spegne il lume
anche se bruciate i libri ormai
Reprimete pure le voci:
non lo spegnerete
mai.
Non cercate il mio volto
in una nicchia di pietra.
Cercatemi nel gesto minimo:
quando difendi una voce
che non ami.
La tolleranza
È una mano aperta
quando tutti
stringono il pugno.
Potete chiudere una porta.
Potete imprigionare un uomo.
Ma non spegnerete
il pensiero
che ha visto la luce.
Perché il lume
non appartiene
a chi lo accende.
Non si spegne il lume
non lo spegnerete mai
Non si spegne il lume
anche se bruciate i libri ormai
Reprimete pure le voci:
non lo spegnerete
mai.
Non temete per me.
Io,
Tommaso Crudeli,
ho fatto
la mia parte.
Temete il giorno
in cui nessuno
avrà più il coraggio
di tenere vivo
il Lume.
Due secoli passano
sulle pietre delle strade,
sopra il respiro dell’Arno.
Queste pagine attendono,
come brace nascosta
sotto la cenere.
Un libro si apre.
La polvere si solleva.
E una voce ritorna.
È una fiamma
che ha attraversato il tempo,
verbo che rifiuta il silenzio.
Non la spense il carcere,
non la spegne la paura.
Chi ascolta diventa custode.
Non si spenga il lume.
"Ei muore, è ver;
ma per luï non sono fatti i sepolcri,
né de’ mesti accenti
il doloroso lamentevol suono.
Di lor natìa beltà liete e ridenti
le grandi azioni sue, l’eccelse prove
sorgono altere dalla tomba oscura,
ed Io, figlia di Giove,
le reco sopra l’immortal mio verso,
l’ali distendo,
e me ne vo a traverso gli ignoti abissi dell’età futura."
Testo ed elaborazione creativa © Alessio Birri. Riproduzione e utilizzo non autorizzati vietati, fatti salvi gli usi consentiti dalla legge.