Nella notte del 9 maggio 1739 Tommaso Crudeli fu arrestato a Firenze e condotto nelle carceri della Sacra Inquisizione.
Aveva trentasei anni. Era poeta, uomo di lettere, maestro d'italiano per molti stranieri residenti a Firenze e frequentatore degli ambienti inglesi della città. Faceva inoltre parte della prima Massoneria fiorentina, colpita l'anno precedente dalla costituzione In eminenti apostolatus specula di Clemente XII.
Il procedimento che seguì durò più di un anno. Le carte permettono oggi di seguirlo con una precisione rara: la cella, gli interrogatori, le accuse, i tentativi di difesa, i messaggi fatti uscire clandestinamente dal carcere, il peggioramento della salute e infine la lettura della sentenza nella chiesa di San Piero Scheraggio, il 20 agosto 1740.
La vicenda di Crudeli fu anche uno dei punti di attrito fra il Sant'Uffizio e il governo lorenese della Toscana. Al centro rimase però un uomo chiuso in una stanza, sottoposto per mesi a un procedimento del quale faticava perfino a conoscere i contorni.
L'appartenenza di Crudeli alla Massoneria ebbe un peso decisivo nell'indagine, ma il processo raccolse materiali molto diversi.
Alle riunioni dei Liberi Muratori si affiancarono frasi pronunciate anni prima, battute sulla religione, conversazioni nei caffè, giudizi sulla teologia scolastica, rapporti personali e antiche inimicizie. Deposizioni diverse finirono così nello stesso fascicolo.
Particolare rilievo assunsero le testimonianze relative a una presunta adunanza che si sarebbe svolta nella casa del barone Philipp von Stosch. A quella riunione furono attribuiti discorsi irreligiosi e rituali osceni.
Crudeli negò ripetutamente di aver frequentato una simile assemblea e sostenne di non essere amico di Stosch. Nei suoi appunti dal carcere cercò anzi di indicare persone capaci di confermare i cattivi rapporti esistenti fra i due.
Il problema, per lui, non era quindi soltanto respingere singole accuse. Doveva capire da dove provenissero, chi le avesse formulate e quale fatto reale fosse stato trasformato in materiale processuale.
L'Istoria della carcerazione del Dottor Tommaso Crudeli di Poppi e della processura formata contro di lui nel Tribunale del S. Offizio di Firenze apre il racconto con una data precisa:
9 maggio 1739.
Crudeli fu arrestato nella notte e condotto al tribunale dell'Inquisizione di Firenze.
Al momento dell'ingresso fece presente le proprie condizioni di salute. Soffriva da tempo di gravi problemi respiratori e chiedeva una stanza sufficientemente ampia e ariosa.
Gli venne promessa assistenza.
La sistemazione reale fu molto diversa.
La fonte descrive una piccola segreta di forma triangolare. Il letto era corto e mal fornito, collocato presso un luogo comune privo di un adeguato sfogo. L'aria era cattiva. La luce arrivava attraverso un'apertura angusta.
L'umidità favoriva la presenza di insetti, ragni e scorpioni.
L'autore dell'Istoria, con evidente durezza polemica, definisce quel tipo di prigione costruito:
«a posta per uccidere gli uomini senza spargere il sangue umano».
Crudeli era già gracile e soggetto ad attacchi d'asma. Il fratello Antonio e gli amici cercarono quindi di ottenere dal governo toscano il trasferimento in un ambiente migliore.
Dopo alcune settimane la sistemazione cambiò, ma anche la nuova stanza venne modificata per limitare i contatti con l'esterno. Alla finestra fu applicato un riparo di legno che riduceva nuovamente aria e luce.
Per mesi Crudeli rimase isolato. Non poteva incontrare liberamente il fratello, scrivere a chi voleva o utilizzare carta e penna per semplice passatempo. L'Istoria riferisce inoltre che per sei mesi fu tenuto la sera e la notte senza luce artificiale.
La prigionia cominciava quindi prima che l'imputato avesse potuto organizzare una vera difesa.
Crudeli continuò a chiedere di essere esaminato.
Gli venne infine prospettato un colloquio con l'autorità inquisitoriale. Quando fu condotto nella cappella del Sant'Uffizio, si trovò invece davanti a un vero interrogatorio.
Secondo l'Istoria gli furono rivolte quarantatré domande sulla società dei Frimesson. Crudeli chiese che fossero registrate dal cancelliere, ma le domande e le risposte non vennero verbalizzate nel modo da lui richiesto.
La stessa fonte riferisce che il colloquio venne poi presentato come una «confessione spontanea».
Un'altra documentazione conservata nell'Archivio di Stato di Firenze permette di avvicinarsi ancora di più a quel momento. Gli appunti usciti clandestinamente dal carcere conservano informazioni sul costituto svolto fra il 10 e il 14 agosto 1739 e riportano diciotto nuclei di interrogazione.
Le domande attraversavano quasi vent'anni della vita di Crudeli.
Gli veniva chiesto se a Poppi avesse letto Lucrezio nella traduzione di Alessandro Marchetti; se avesse definito inutile la teologia scolastica; che cosa avesse detto nel caffè di Panone al suono dell'Ave Maria; quali riti si praticassero fra i Frimesson; che cosa accadesse nella casa di Stosch.
Nel fascicolo entravano così libri, scherzi, ricordi di conversazioni e racconti attribuiti alle riunioni massoniche.
Due figure ebbero particolare importanza nella costruzione delle accuse: Bernardino Pupiliani e Andrea Minerbetti.
Le loro deposizioni collegavano Crudeli a riunioni nelle quali sarebbero state pronunciate proposizioni contrarie alla religione. Alla casa di Stosch furono inoltre attribuiti rituali grotteschi e osceni.
Crudeli reagì negando la premessa stessa dell'accusa.
Nei messaggi fatti uscire dal carcere insiste sul fatto di non frequentare Stosch e indica persone che avrebbero potuto confermarlo. Chiede che siano interrogati domestici, vicini e conoscenti. Suggerisce perfino domande concrete sulla disposizione delle stanze, sulle scale, sul camino e sui libri presenti nella casa.
La strategia è chiara: se qualcuno sosteneva di averlo visto assiduamente in un determinato luogo, bisognava verificare quanto realmente conoscesse quel luogo.
Crudeli cercava di costruire la propria difesa dall'interno della prigione.
Per comunicare con l'esterno venne trovato un sistema clandestino.
Una piccola corda poteva essere calata dalla finestra della cella in alcune notti. Attraverso quella via Crudeli cominciò a ricevere e spedire biglietti, insieme a piccoli oggetti.
Quei messaggi sono sopravvissuti.
Oggi vengono indicati come Biglietti di Tommaso Crudeli dal carcere e costituiscono una delle testimonianze più dirette dell'intera vicenda.
La loro lettura cambia il volto del prigioniero.
Non troviamo un uomo immobile che attende il proprio destino. Crudeli ragiona sui testimoni, ricostruisce luoghi e conversazioni, indica persone da ascoltare, teme alterazioni degli atti, controlla i tempi della difesa e cerca continuamente di capire la strategia dell'Inquisitore.
In uno dei messaggi ordina all'amico:
«V. copi tutto questo per averne memoria certa».
In un altro avverte che sta terminando il lapis con cui riesce a scrivere.
Le carte mostrano anche espedienti ancora più sorprendenti. Crudeli parla dell'uso del limone per nascondere parte delle comunicazioni e raccomanda cautela durante gli incontri con il difensore.
I biglietti del fascicolo conservato nell'Archivio di Stato erano rivolti direttamente soprattutto a Luca Corsi, amico fraterno di Crudeli e laureato in diritto. L'avvocato Archi, incaricato formalmente della difesa, compare invece nei messaggi in terza persona.
Dietro il procedimento ufficiale correva quindi un secondo processo, fatto di foglietti, memoria, informazioni e persone fidate.
Alla fine del 1739 gli amici di Crudeli presero in considerazione anche una possibilità molto più rischiosa: farlo evadere.
Il progetto iniziale venne fermato dopo l'intervento del conte di Richecourt, che giudicò troppo pericolosa l'operazione.
Antonio Crudeli, fratello di Tommaso, non rinunciò però completamente all'idea.
Attraverso la solita cordicella fece arrivare nella cella una fune a nodi con un uncino e un piccolo coltello.
È qui che le parole vanno pesate.
Crudeli sostenne di avere già rifiutato la fuga. Quando si vide arrivare gli oggetti, secondo la sua versione non li gettò immediatamente dalla finestra perché temeva di fare rumore e di mettere in pericolo il fratello che si trovava all'esterno.
La fune rimase nella cella.
Il 20 dicembre venne scoperta durante una perquisizione insieme al coltello e ad altro materiale. Nei suoi biglietti Crudeli ricorderà precisamente quel giorno.
Per l'Inquisizione era un indizio gravissimo.
Per Crudeli era una situazione quasi impossibile da spiegare: ammetteva che gli elementi materiali potevano far pensare a una fuga, ma continuava a sostenere di non averla voluta tentare.
La scoperta ebbe però un effetto inatteso. Il procedimento entrò finalmente nella fase delle difese.
Crudeli stesso, dal carcere, osservò il paradosso con una frase secca: senza quella fune, scrive, le difese non gli sarebbero state date.
L'accesso alla difesa non significava poter agire come davanti a un tribunale moderno.
Il difensore doveva essere scelto fra un numero limitato di avvocati ammessi dal Sant'Uffizio e la scelta era sottoposta all'approvazione dell'Inquisitore.
Crudeli finì per essere assistito dal dottor Archi.
L'avvocato non conosceva liberamente i nomi di tutti i denuncianti, non poteva mostrare ad altri il processo e doveva restituire gli atti al tribunale. Anche l'esame dei testimoni richiesti dalla difesa rimaneva nelle mani dell'Inquisitore.
I Biglietti mostrano quanto Crudeli fosse consapevole del problema.
Temeva ritardi, modifiche nelle deposizioni e lacune nella copia del fascicolo consegnata al difensore. In una delle carte definisce quel materiale uno «straccio» e ne elenca i difetti: costituti incompleti, interrogatori mancanti, luoghi dei presunti delitti non sempre precisati.
Il processo non era quindi, ai suoi occhi, soltanto una battaglia sulle accuse.
Era una battaglia sul modo in cui quelle accuse venivano scritte.
Nella primavera del 1740 accadde qualcosa che modificò profondamente il quadro.
Andrea Minerbetti entrò in crisi per ciò che aveva dichiarato contro Crudeli.
Il 21 aprile 1740 si recò dal marchese Luca Casimiro degli Albizzi. Secondo la ricostruzione conservata dalle fonti, appariva sconvolto e tormentato dalla propria deposizione.
Fu consigliato a rivolgersi a un confessore e a rimediare a quanto aveva dichiarato falsamente.
La ritrattazione arrivò al Sant'Uffizio di Roma.
Più avanti anche Pupiliani rettificò parti della propria testimonianza.
Per Crudeli era un punto decisivo: alcune delle accuse che avevano contribuito alla sua carcerazione venivano ora messe in discussione dagli stessi uomini che le avevano formulate.
Eppure il procedimento continuava.
Intanto il corpo di Crudeli cedeva.
L'asma, già presente prima dell'arresto, era peggiorata durante la detenzione. Le fonti parlano di difficoltà respiratorie, sangue espulso dal petto e crisi sempre più gravi.
Nella primavera del 1740 le condizioni diventarono tali da far temere che potesse morire in carcere prima della conclusione del processo.
A quel punto la questione coinvolse sempre più direttamente il governo toscano e il nunzio Alberigo Archinto.
Si arrivò a una soluzione che lasciava formalmente in piedi l'autorità del Sant'Uffizio, ma toglieva Crudeli dalle sue carceri.
L'8 giugno venne comunicata l'autorizzazione al trasferimento.
Il giorno seguente, 9 giugno 1740, una carrozza arrivò davanti al convento di Santa Croce.
Crudeli fu avvertito soltanto poco prima della partenza.
Dopo tredici mesi lasciava le carceri dell'Inquisizione.
Fu trasferito nel Castello di San Giovanni Battista, la Fortezza da Basso, dove rimase sotto custodia del governo laico in attesa della decisione definitiva.
Non era ancora libero, ma la sua situazione era cambiata.
Durante la permanenza in Fortezza si completarono alcuni passaggi della causa. Minerbetti formalizzò la propria ritrattazione e vennero definite le condizioni destinate a chiudere il conflitto personale fra lui e Crudeli.
Roma, intanto, decise la pena.
Il 5 agosto 1740 il governo toscano conobbe la decisione della Sacra Congregazione.
Crudeli doveva ritirarsi nella propria casa di Poppi, che sarebbe stata considerata luogo di carcere, e rimanervi a disposizione della Congregazione.
Il problema divenne allora il modo in cui quella decisione sarebbe stata comunicata.
L'Inquisitore voleva leggere nella sentenza i diversi capi d'accusa raccolti durante il processo. Il governo toscano temeva invece che una lettura pubblica delle imputazioni, comprese quelle più infamanti ormai contestate, producesse scandalo.
La cerimonia fu quindi predisposta in forma privata.
Il luogo scelto era San Piero Scheraggio, l'antica chiesa inglobata nel complesso degli Uffizi.
La sera del 20 agosto 1740, all'una di notte secondo il computo italiano dell'epoca, una carrozza si fermò davanti alla chiesa.
Ne scese Tommaso Crudeli.
Era accompagnato dal capitano Saint Leger, delle guardie a piedi granducali. Il capitano rimase fuori.
Crudeli entrò.
La porta venne chiusa.
Nel coro trovò il Padre Inquisitore. Su una tavola erano disposti un crocifisso, alcune candele e un messale aperto. Erano presenti anche rappresentanti dell'autorità ecclesiastica e del governo toscano.
Crudeli rimase in piedi.
Il cancelliere cominciò a leggere.
Fin dalle prime righe Crudeli non rimase in silenzio.
Quando le accuse venivano presentate come sostenute da testimoni concordi, contestava la definizione. Quando venivano ricordati episodi che riteneva smentiti dalla propria difesa, interveniva.
Uno dei momenti più duri riguardò Andrea Minerbetti.
La sua vecchia denuncia veniva richiamata, mentre la successiva ritrattazione non riceveva lo stesso spazio.
Crudeli protestò.
Ricordò che Minerbetti si era ritrattato e che proprio quella ritrattazione mostrava quanto fosse fragile una parte del processo.
Il cancelliere continuò la lettura.
La pena era infine formulata: Crudeli avrebbe dovuto abitare nella casa di Poppi come in luogo di carcere, a disposizione della Sacra Congregazione.
Gli veniva inoltre richiesto un mallevadore di mille scudi.
Crudeli reagì anche su questo punto.
Ricordò di possedere case e terre e contestò la necessità della garanzia. Parlò anche del padre, morto durante la sua prigionia, collegando quella morte al dolore provocato dalla sua disgrazia.
Terminata la lettura, l'Inquisitore tornò a esortarlo.
Se avesse ancora qualcosa da confessare, gli disse, farlo in quel momento non avrebbe aggravato la pena e avrebbe potuto giovare alla sua anima.
Crudeli rispose:
«La pena di questa sentenza non è da spaventare, quando fussi più grande, sappia ch'ella non mi spaventerebbe niente.»
Ciò che dichiarava di soffrire era altro: che i prelati e i cardinali della Sacra Congregazione avessero potuto dubitare della sua religione e della sua obbedienza alla Chiesa.
Interpretava però la relativa mitezza della pena come la prova che i suoi accusatori non fossero stati pienamente creduti.
L'Inquisitore aggiunse allora una penitenza personale.
Crudeli avrebbe dovuto recitare i sette salmi penitenziali una volta al mese per un anno.
E precisò:
«Questa è una penitenza che ci aggiungo io, ella è tutta mia.»
Poi gli presentò il Vangelo di San Giovanni.
Crudeli appoggiò la mano destra sul libro e giurò di osservare la sentenza.
L'Istoria chiude la scena con tre parole:
«E fu licenziato.»
Il processo era finito. La pena no.
Crudeli dovette trasferirsi nella casa di famiglia a Poppi, considerata formalmente luogo di carcere. La possibilità di uscire rimase inizialmente molto limitata e la sua posizione continuò a dipendere dalle autorità.
Nei mesi successivi le restrizioni furono progressivamente allentate.
La salute, invece, non tornò quella di prima.
Tommaso Crudeli morì a Poppi il 27 marzo 1745.
Aveva lasciato poesie, traduzioni, lettere e una vicenda giudiziaria che continuò a circolare per decenni attraverso manoscritti, memorie e documenti.
La causa ebbe conseguenze che andarono oltre la sorte personale di Crudeli.
Durante quei quindici mesi emersero ripetutamente contrasti sulla giurisdizione del Sant'Uffizio, sulle condizioni della detenzione, sulla gestione delle testimonianze e sui rapporti fra autorità ecclesiastica e governo granducale.
Il processo divenne così uno dei casi attraverso i quali il governo lorenese poté misurare concretamente il funzionamento dell'Inquisizione toscana.
Negli anni successivi il potere del tribunale fu progressivamente limitato. L'Inquisizione in Toscana sarebbe stata definitivamente abolita nel 1782, sotto Pietro Leopoldo.
La storia di Tommaso Crudeli resta soprattutto nelle carte del suo processo.
Fra quelle carte ce ne sono alcune minuscole.
Sono i fogli che cercò di far uscire di nascosto dalla prigione, scrivendo con il poco lapis che gli rimaneva e chiedendo agli amici di conservarne memoria.
Ed è proprio grazie a quelle pagine che oggi, accanto alla voce del tribunale, possiamo ancora leggere la sua.
La ricostruzione di questa pagina utilizza come riferimento principale l'Istoria della carcerazione del Dottor Tommaso Crudeli di Poppi e della processura formata contro di lui nel Tribunale del S. Offizio di Firenze.
Sono stati inoltre utilizzati i Biglietti di Tommaso Crudeli dal carcere, conservati presso l'Archivio di Stato di Firenze, Reggenza, filza 339, insieme alla documentazione processuale collegata.
Per il confronto e l'inquadramento storico sono stati consultati Ferdinando Sbigoli, Tommaso Crudeli e i primi frammassoni in Firenze (1884), e Guglielmo Adilardi, Un'antica condanna. Le origini di un conflitto tra Chiesa Cattolica e Massoneria.