Ho riscoperto quasi per caso Lezioni private, il libro pubblicato da Vittorio Sgarbi nel 1995 e tratto dall’omonima trasmissione televisiva. Cercavo tutt’altro, come spesso accade nelle ricerche più fortunate, quando tra un riferimento bibliografico e una citazione è comparso il nome di Tommaso Crudeli.
La sorpresa è stata notevole. Tra pittori, poeti e scrittori molto più celebri, Sgarbi aveva dedicato una parte della quattordicesima lezione proprio al poeta di Poppi, alla sua persecuzione e al processo celebrato contro di lui dal Sant’Uffizio. Il capitolo non offre soltanto un breve ritratto biografico: usa la storia di Crudeli per riflettere sul funzionamento del potere, sulla costruzione del sospetto e sul rapporto, spesso ambiguo, tra autorità religiosa, politica e giudiziaria.
Il libro conserva le parole di quella lezione, ma inevitabilmente fa nascere un altro desiderio: poter vedere la puntata originale.
Sarebbe affascinante ritrovare Sgarbi mentre racconta Tommaso Crudeli davanti alle telecamere, ascoltarne le pause, le inflessioni, le deviazioni polemiche e osservare quali immagini, libri o documenti venissero mostrati durante la trasmissione. Quella registrazione potrebbe essere ancora conservata, dimenticata in qualche archivio televisivo, catalogata sotto il titolo generale del programma e non sotto il nome del poeta. Per il momento, almeno nelle raccolte normalmente consultabili dal pubblico, non sembra emergere. Rimane quindi una piccola pellicola fantasma, forse ancora esistente ma invisibile, in attesa che qualcuno riesca un giorno a riportarla alla luce.
Il libro nacque proprio dal rimpianto degli spettatori per quelle trasmissioni. Nella premessa Sgarbi ricorda le richieste di chi desiderava rivedere le puntate o averne una registrazione. Le lezioni televisive furono così trasformate in pagine, ricomponendo e ordinando parole che altrimenti sarebbero forse rimaste affidate soltanto alla memoria del pubblico.
Per Tommaso Crudeli questo passaggio dalla televisione al libro ha avuto un valore particolare. Senza quelle pagine, oggi sapremmo forse che una lezione gli era stata dedicata, ma non conosceremmo il modo in cui Sgarbi lo presentò alle famiglie italiane nell’estate del 1995.
Lezioni private non nasce come un saggio storico o come un’opera specialistica. È la trasposizione di una serie televisiva volutamente libera, rapsodica e personale.
Sgarbi vi parla dei “suoi” poeti e dei “suoi” quadri, passando da Manzoni a Whitman, da Petrarca a Salinger, da Giorgio Morandi a Jackson Pollock. Non segue un programma scolastico e non pretende di costruire una storia ordinata della letteratura o dell’arte. Cerca piuttosto di mostrare come un’opera, un autore o una vicenda del passato possano continuare a interrogare il presente.
Anche la scenografia del programma rifletteva questa idea. Accanto a veri volumi compariva la riproduzione della Biblioteca musicale di Giuseppe Maria Crespi, un dipinto settecentesco nel quale libri, fogli e oggetti apparentemente immobili diventano tracce di un pensiero ancora vivo. La copertina del volume riprende proprio quell’immagine, scelta come metafora della letteratura capace di sottrarci alla vita quotidiana e di riportarci nella dimensione del pensiero.
Non si trattava, quindi, di lezioni “private” perché segrete o riservate a pochi, ma perché confidenziali, personali, affidate alla voce e alle preferenze di chi le teneva. Erano lezioni domestiche, trasmesse durante l’ora di pranzo, capaci di portare nelle case italiane artisti, scrittori e figure storiche spesso dimenticate.
Tommaso Crudeli entra in questo teatro di libri e immagini come esempio di un passato che non ha smesso di parlare. La stessa nota editoriale del volume presenta la sua vicenda come emblema dell’“intrico” tra politica e giustizia, letto alla luce delle tensioni italiane degli anni Novanta.
Sgarbi parte da Cosmè Tura, grande pittore ferrarese del Quattrocento, il cui nome era stato deformato da alcuni giornalisti in “Cosma Turà”. L’errore diventa il sintomo di qualcosa di più profondo: la perdita della memoria culturale e l’incapacità di riconoscere persino i nomi fondamentali del nostro patrimonio.
Il titolo della lezione lo dichiara apertamente:
Dove Cosmè Tura diventa Cosma Turà, ennesimo esempio di ignoranza del nostro patrimonio artistico; e dove le drammatiche vicende di uno straordinario poeta settecentesco, Tommaso Crudeli, si specchiano negli avvenimenti d’oggi.
Il passaggio da Cosmè Tura a Tommaso Crudeli non è casuale. Entrambi sono vittime di una forma di cancellazione. Il primo viene deformato dall’ignoranza; il secondo viene dimenticato dopo essere stato perseguitato.
Sgarbi contrappone questa smemoratezza contemporanea alla tradizione ottocentesca, nella quale la memoria degli uomini illustri era considerata parte dell’identità collettiva. Ricordare un poeta, un pittore o uno scrittore significava non soltanto celebrarlo, ma conservarlo come punto di riferimento e come monito per il presente. Nel tempo moderno, osserva Sgarbi, questa attenzione sembra essersi rovesciata: il culto della memoria viene percepito come retorico, antiquato o persino inutile.
È dentro questa riflessione che appare Crudeli.
Non come semplice curiosità locale, né soltanto come personaggio legato alle origini della Massoneria fiorentina, ma come una figura che dimostra quanto facilmente un autore possa essere cancellato due volte: prima attraverso la persecuzione, poi attraverso l’oblio.
Il ritratto proposto da Sgarbi è chiaramente partecipe. Crudeli viene descritto come un poeta di valore, aperto al mondo e dotato di un carattere schietto, poco disposto a tollerare l’ipocrisia.
Non è presentato come un austero martire senza passioni, ma come un uomo vivo, arguto, ironico e imprudente. Proprio questa vivacità lo rende interessante e, nello stesso tempo, vulnerabile. La sua libertà di parola, le satire, i giudizi taglienti e l’avversione per le finzioni morali gli procurarono simpatie negli ambienti intellettuali, ma anche inimicizie profonde.
Sgarbi insiste sulla sproporzione tra il valore del personaggio e la sua successiva dimenticanza. Ricorda gli interventi di Giosuè Carducci e Benedetto Croce, due richiami autorevoli che avrebbero potuto favorire un più ampio recupero critico. Accenna inoltre alla riscoperta delle poesie conservate in un manoscritto della biblioteca di Poppi e alla loro edizione moderna.
Poi formula una frase particolarmente significativa:
«E chi ora cura la memoria di Tommaso Crudeli, in qualche modo, tramanda per noi la presenza, il fantasma di questo singolare poeta.»
È forse il passaggio più suggestivo dell’intero capitolo.
La memoria non restituisce fisicamente l’uomo, ma ne conserva una presenza. Un fantasma, nel senso più nobile della parola: qualcosa che torna a farsi percepire attraverso documenti, poesie, racconti, immagini e voci.
A distanza di oltre trent’anni, questa frase sembra descrivere anche ogni nuovo tentativo di raccontare Crudeli. Una pagina internet, una canzone, un video o una lettura pubblica non sostituiscono la ricerca storica, ma possono impedire che il nome torni a spegnersi.
La formula più celebre e più provocatoria utilizzata da Sgarbi nel capitolo è questa:
«Si cerca prima il colpevole che non la colpa.»
Sgarbi la impiega per costruire un parallelismo tra il processo a Crudeli e il clima politico e giudiziario dell’Italia del 1995. La vicenda settecentesca diventa così uno specchio attraverso cui osservare il presente.
È importante, tuttavia, distinguere il fatto storico dalla lettura politica.
L’affermazione nasce dall’interpretazione di Sgarbi, fortemente legata alle polemiche italiane degli anni Novanta. Non costituisce una formula tratta dagli atti processuali né una conclusione neutrale della ricerca storiografica. È una chiave polemica, deliberatamente contemporanea.
Ma proprio per questo coglie un aspetto essenziale della vicenda: contro Crudeli non sembra essere esistito inizialmente un reato chiaro e inequivocabile attorno al quale costruire il procedimento. Si accumularono invece sospetti, testimonianze, affermazioni riferite, comportamenti giudicati scandalosi e accuse di empietà.
Il personaggio venne prima identificato come pericoloso; in seguito si cercarono gli elementi con cui giustificare quella pericolosità.
Crudeli era massone, aveva criticato il clero, frequentava stranieri e ambienti intellettuali, componeva versi satirici e possedeva un’indole difficilmente addomesticabile. Ognuno di questi elementi poteva essere trasformato in un indizio. Sommato agli altri, costruiva il profilo di un uomo da sorvegliare e punire.
La domanda non era più soltanto: “Che cosa ha fatto?”
Diventava: “Che cosa possiamo dimostrare contro un uomo che riteniamo già colpevole?”
In questo rovesciamento sta il nucleo della denuncia di Sgarbi.
Dopo aver raccontato l’arresto e la persecuzione, Sgarbi sceglie di lasciare spazio alla voce del poeta.
Cita la favola del lupo, ispirata a La Fontaine, presentandola come esempio della vitalità espressiva e del rigore morale di Crudeli.
Il protagonista è un lupo che riflette sull’odio degli uomini nei suoi confronti. Tutti lo accusano per la sua voracità e per la sua violenza. Il lupo decide allora di osservare gli altri animali e scopre che ciascuno pratica, sotto forme diverse, la stessa ferocia che gli viene rimproverata.
La favola mette a nudo il meccanismo dell’ipocrisia: la società condanna nel lupo ciò che tollera, giustifica o nasconde negli altri.
La scelta di questo testo da parte di Sgarbi è molto efficace. La poesia non viene presentata come semplice ornamento letterario, ma come commento morale alla vicenda del suo autore. Crudeli denuncia l’ingiustizia di un mondo nel quale la colpa non dipende soltanto dall’azione compiuta, ma da chi la compie e dalla posizione che occupa.
Il lupo viene perseguitato perché è riconoscibile come lupo. Gli altri animali possono praticare la propria violenza sotto nomi più rispettabili.
Allo stesso modo, nella lettura di Sgarbi, Crudeli viene colpito perché è già stato definito empio, massone, insolente e sovversivo. Attorno a lui si può così costruire una colpa che per altri, più protetti, non produce le stesse conseguenze.
La favola diventa quindi una sorta di autoritratto involontario. Crudeli è il lupo indicato dal branco, l’essere sul quale la comunità proietta una colpa che preferisce non riconoscere dentro se stessa.
La quattordicesima lezione non è una biografia autonoma di Tommaso Crudeli. È un’opera costruita sul confronto tra epoche.
Sgarbi racconta il Settecento, ma ha davanti agli occhi l’Italia degli anni Novanta. Le inchieste giudiziarie, la crisi dei partiti, lo scontro tra magistratura e politica e il dibattito sul cosiddetto giustizialismo costituiscono il sottotesto evidente del capitolo.
Per questo il linguaggio è spesso assertivo. Sgarbi non si limita a spiegare: prende posizione, stabilisce analogie e utilizza Crudeli per denunciare ciò che considera una deformazione della giustizia.
A distanza di tempo, quei riferimenti possono apparire legati a una stagione politica precisa. Alcune analogie possono essere discusse, ridimensionate o respinte. La Toscana del 1739 e l’Italia repubblicana del 1995 sono realtà istituzionali incomparabili sotto moltissimi aspetti.
Lo stesso Sgarbi riconosce che si tratta di contesti profondamente diversi. Ciò che intende mettere in relazione non sono i sistemi nel loro complesso, ma un meccanismo: la tendenza del potere a costruire un bersaglio, selezionare gli indizi utili e trasformare il sospetto in una verità anticipata.
È questo meccanismo, secondo lui, a sopravvivere alle epoche.
La lettura è parziale, dichiaratamente polemica e influenzata dall’attualità. Eppure proprio questa parzialità contribuì a rendere Crudeli comprensibile a un pubblico che probabilmente non ne aveva mai sentito parlare.
Sgarbi non chiede allo spettatore di interessarsi a un oscuro processo settecentesco per semplice erudizione.
Gli dice, in sostanza: questa storia riguarda anche voi.
Il primo merito di Sgarbi è evidente: aver portato Tommaso Crudeli in televisione.
Nel 1995 il poeta di Poppi non disponeva della visibilità che oggi, pur ancora limitatamente, può ottenere attraverso archivi digitali, siti internet, video e social network. Dedicargli una lezione in una trasmissione nazionale significava sottrarlo, almeno per alcuni minuti, alla cerchia degli studiosi e degli ambienti massonici.
Il secondo merito consiste nell’averne mostrato l’umanità. Crudeli non è ridotto a una data, a una sentenza o alla qualifica di “primo martire della Massoneria italiana”. Appare come poeta, uomo di spirito, autore satirico e individuo dotato di una precisa personalità.
Il terzo merito è l’aver collegato la persecuzione alla selettività del potere. Sgarbi mostra che non tutti gli appartenenti alla medesima rete subirono le stesse conseguenze. La posizione sociale, le protezioni e le relazioni internazionali ebbero un peso decisivo.
Infine, il capitolo restituisce importanza alla poesia. Non racconta soltanto il perseguitato, ma fa leggere il poeta. La favola del lupo permette al pubblico di ascoltare direttamente qualcosa della sua voce.
In questo senso la lezione compie un’operazione preziosa: riunisce biografia, storia politica e letteratura.
Il primo merito di Sgarbi è evidente: aver portato Tommaso Crudeli in televisione.
Nel 1995 il poeta di Poppi non disponeva della visibilità che oggi, pur ancora limitatamente, può ottenere attraverso archivi digitali, siti internet, video e social network. Dedicargli una lezione in una trasmissione nazionale significava sottrarlo, almeno per alcuni minuti, alla cerchia degli studiosi e degli ambienti massonici.
Il secondo merito consiste nell’averne mostrato l’umanità. Crudeli non è ridotto a una data, a una sentenza o alla qualifica di “primo martire della Massoneria italiana”. Appare come poeta, uomo di spirito, autore satirico e individuo dotato di una precisa personalità.
Il terzo merito è l’aver collegato la persecuzione alla selettività del potere. Sgarbi mostra che non tutti gli appartenenti alla medesima rete subirono le stesse conseguenze. La posizione sociale, le protezioni e le relazioni internazionali ebbero un peso decisivo.
Infine, il capitolo restituisce importanza alla poesia. Non racconta soltanto il perseguitato, ma fa leggere il poeta. La favola del lupo permette al pubblico di ascoltare direttamente qualcosa della sua voce.
In questo senso la lezione compie un’operazione preziosa: riunisce biografia, storia politica e letteratura.
Esiste un aspetto quasi paradossale nella storia di Lezioni private.
Sgarbi dedica la quattordicesima lezione alla perdita della memoria, ma la registrazione televisiva di quella stessa lezione sembra oggi difficilissima da rintracciare. Il libro, nato per impedire che le parole pronunciate in televisione si disperdessero, è diventato il principale custode di quella puntata.
La carta ha conservato ciò che il mezzo audiovisivo, almeno per il pubblico, sembra aver nascosto.
Il volume fu pubblicato da Mondadori nel novembre 1995 e raccolse ventitré lezioni. Nella premessa Sgarbi spiega che molti spettatori domandavano copie delle puntate e chiedevano che tornasse a parlare di libri, quadri e poesia. La pubblicazione rispondeva anche a quella richiesta: fissare in una forma ordinata pensieri destinati altrimenti alla fugacità della trasmissione.
Oggi quella premessa assume un significato quasi profetico. Senza il libro, la lezione su Crudeli sarebbe forse soltanto una riga in una vecchia programmazione televisiva.
Resta la speranza che la registrazione originale esista ancora. Potrebbe trovarsi in un archivio Mediaset, in una raccolta di materiali di produzione, in una videoteca privata o su una vecchia videocassetta registrata da qualche spettatore. Ritrovarla permetterebbe non soltanto di recuperare un documento televisivo, ma di osservare un momento preciso della fortuna moderna di Tommaso Crudeli.
Sarebbe un piccolo ritorno dagli abissi magnetici delle vecchie bobine e delle videocassette.
Cosa resta, dunque, della lettura di Sgarbi?
Resta innanzitutto un’immagine: quella di un poeta libero, ironico e vulnerabile, scelto come bersaglio in una partita più grande di lui.
Resta una formula provocatoria: prima il colpevole, poi la colpa.
Resta la favola del lupo, nella quale la società condanna apertamente una violenza che continua a praticare sotto altre forme.
Resta soprattutto il tema della memoria.
Sgarbi apre la lezione denunciando l’incapacità di ricordare gli artisti e gli uomini illustri. Quando arriva a Crudeli, quella riflessione diventa più dolorosa. Dimenticare un pittore significa perdere una parte del proprio patrimonio; dimenticare un perseguitato significa rischiare di ripetere il meccanismo che lo ha travolto.
La memoria non serve a costruire santi laici o eroi senza difetti. Serve a restituire complessità agli uomini e a impedire che siano ridotti alla versione prodotta dai loro accusatori.
Crudeli non fu soltanto un massone arrestato dall’Inquisizione. Fu poeta, traduttore, conversatore, autore satirico, uomo di relazioni intellettuali e protagonista di una Firenze attraversata da nuove idee. La persecuzione è una parte decisiva della sua storia, ma non deve divorare tutto il resto.
Anche in questo la lezione di Sgarbi conserva una forza autentica: dopo aver raccontato il processo, lascia parlare la poesia.
Vittorio Sgarbi non ha restituito a Tommaso Crudeli una biografia completa, né avrebbe potuto farlo nello spazio di una lezione televisiva.
Ha compiuto però un gesto importante: lo ha riportato nello spazio pubblico.
Per qualche minuto, nell’estate del 1995, il volto invisibile di un poeta morto nel Settecento è entrato nelle case degli italiani. Il suo nome è stato pronunciato accanto a quello di grandi pittori e scrittori. La sua persecuzione è stata collegata a domande ancora vive: chi stabilisce la colpa? Perché alcuni vengono protetti e altri sacrificati? Quanto pesa un pregiudizio nella costruzione di un’accusa? E cosa rimane di un uomo quando il racconto dei suoi nemici sopravvive più a lungo della sua voce?
Oggi quel capitolo può essere letto con maggiore distanza critica. Possiamo discuterne le analogie, verificarne i passaggi e integrarlo con documenti e studi successivi.
Ma non dobbiamo perdere il valore del gesto originario.
Sgarbi incontrò nella storia di Tommaso Crudeli qualcosa che oltrepassava il Settecento. Vide un individuo schiacciato da un sistema di poteri e, insieme, un poeta capace di smascherare l’ipocrisia attraverso l’ironia.
Lo sottrasse per un momento all’oblio e ne tramandò, secondo le sue stesse parole, “la presenza, il fantasma”.
Forse lavorare oggi sulla memoria di Crudeli significa proprio questo: non inventargli una storia nuova, non trasformarlo in ciò che vorremmo fosse, ma cercare tra libri, archivi e testimonianze le tracce della sua voce autentica.
E, quando possibile, riportarla alla luce.
Estratto dalla Lezione XIV di Vittorio Sgarbi contenuta nel volume
Lezioni private.
Riproduzione proposta a fini di commento, studio e approfondimento culturale.
Questo approfondimento analizza la rappresentazione di Tommaso Crudeli contenuta nella Lezione XIV di Lezioni private di Vittorio Sgarbi, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nel 1995.
Il capitolo viene qui considerato come opera divulgativa e interpretativa, da affiancare alle fonti archivistiche e agli studi storici dedicati al poeta, al processo inquisitoriale e alla Massoneria fiorentina.