Non è una frase composta dopo la liberazione. Non appartiene a un racconto scritto a distanza di anni.
Tommaso Crudeli è ancora prigioniero del Sant’Uffizio di Firenze. Cerca di capire quali accuse siano state raccolte contro di lui, quali testimoni abbiano parlato, che cosa possa fare il suo avvocato. Scrive di nascosto e fa uscire dal carcere piccoli messaggi destinati soprattutto all’amico Francesco Corsi.
A un certo punto il problema diventa persino materiale: il lapis sta finendo.
Quei fogli sono oggi conosciuti come i Biglietti di Tommaso Crudeli dal carcere. Sono una delle fonti più dirette che possediamo per entrare nella vicenda iniziata con il suo arresto, avvenuto a Firenze nella notte del 9 maggio 1739.
Non mostrano un Crudeli immobile, in attesa della decisione dei giudici. Al contrario. Il prigioniero ricostruisce le accuse, suggerisce testimoni, prepara domande, rimprovera la lentezza della difesa, cerca contraddizioni nelle deposizioni e tenta di mantenere un contatto con l'esterno.
E, soprattutto, scrive mentre il processo è ancora in corso.
Il nucleo principale dei Biglietti è conservato presso l'Archivio di Stato di Firenze, nel fondo Reggenza, filza 339.
Le carte del fascicolo 4 contengono la trascrizione, eseguita da Francesco Corsi, dei messaggi che Crudeli riuscì a far uscire clandestinamente dal carcere di Santa Croce. Altri fogli del fascicolo 3 conservano informazioni relative al primo esame subito dal prigioniero nell'agosto del 1739.
L'intitolazione archivistica ha creato qualche confusione sul destinatario. I messaggi non erano rivolti direttamente al difensore Giovanni Bonaventura Archi. Crudeli scrive soprattutto a Corsi, suo amico e uomo di fiducia, che conserva le informazioni, le trasmette e contribuisce a farle arrivare agli uomini del governo toscano.
Non sono lettere ordinate. Mancano spesso introduzioni, spiegazioni e passaggi che Crudeli e il destinatario evidentemente conoscevano già.
Sono appunti di emergenza.
Ci sono nomi, soprannomi, istruzioni, sospetti, domande da fare ai testimoni. Una frase può occuparsi della strategia processuale e quella successiva della mancanza di carta, dell'inchiostro o di ciò che sta accadendo nella cella.
Proprio questa forma spezzata permette di sentire una voce che nelle ricostruzioni successive inevitabilmente si perde.
Nel resoconto del primo esame compaiono due testimoni indicati come massoni convertiti durante gli esercizi spirituali.
Parlano di riunioni, della casa del barone Philipp von Stosch, di discussioni in latino e di questioni religiose. Il nome di Crudeli compare tra quelli dei frequentatori.
Ma Crudeli individua immediatamente il problema che, secondo lui, attraversa l'intera accusa: essere nominato in quelle deposizioni non equivale ad avere pronunciato una specifica proposizione eretica.
Durante gli interrogatori gli vengono sottoposti episodi molto diversi fra loro.
Gli si chiede della lettura di Paolo Sarpi e del De rerum natura di Lucrezio nella traduzione di Alessandro Marchetti, di una frase sulla teologia scolastica, di battute irriverenti, della Massoneria, dei suoi riti, del giuramento, della confessione, della messa e della bolla emanata contro i Liberi Muratori.
Compaiono persino descrizioni oscene di presunti rituali massonici.
Il risultato è un miscuglio di Massoneria, irreligiosità, vecchie battute, racconti riportati e sospetti.
Crudeli nega di aver frequentato assiduamente la casa di Stosch e cerca di dimostrare che il rapporto tra lui e il barone era assai diverso da quello descritto dall'accusa.
È uno degli aspetti più sorprendenti dei Biglietti.
Crudeli non si limita a proclamarsi innocente. Costruisce personalmente la propria difesa.
Indica a Corsi e all'avvocato quali persone dovrebbero essere interrogate. Fa nomi di domestici, vicini, mercanti e frequentatori degli ambienti chiamati in causa.
Suggerisce perfino di interrogare i testimoni su dettagli materiali della casa di Stosch: la disposizione delle stanze, il camino, le scale, le statue, i libri.
Il ragionamento è elementare e piuttosto efficace: chi sostiene di aver assistito a determinate riunioni dovrebbe almeno essere capace di descrivere il luogo nel quale sarebbero avvenute.
Crudeli vuole inoltre provare di avere parlato pubblicamente male di Stosch. Ricorda persone che lo avrebbero sentito accusare il barone di comportamenti poco limpidi e di attività di spionaggio ai danni degli inglesi.
Se fosse riuscito a dimostrare una forte ostilità personale verso Stosch, la rappresentazione di Crudeli come suo assiduo frequentatore sarebbe diventata meno credibile.
Non sempre i metodi suggeriti sono eleganti.
Contro alcuni accusatori Crudeli vuole far emergere inimicizie precedenti e cattiva reputazione. Ricorda insulti, litigi, minacce di bastonate. Di qualcuno scrive che è un «ruffiano notorio»; un altro era stato da lui trattato da «asino» e messo pubblicamente in ridicolo.
Il personaggio che esce dai Biglietti è molto lontano dall'immagine levigata del martire.
È impaziente, aggressivo, ironico. E quando pensa che qualcuno stia sbagliando non perde tempo nelle cortesie.
Del fratello, in un momento di irritazione, scrive:
«che diavolo di stupido!»
Poi quasi si corregge:
«Stupido signorsì, ma pure basta, crediamlo tale.»
Crudeli, insomma, rimane Crudeli anche in carcere.
È forse la frase che meglio riassume come Crudeli legge il procedimento contro di lui.
Parlando di una testimonianza scrive:
«di me non disse altro che la presenza, e questa così si punisce!»
Dal suo punto di vista il meccanismo dell'accusa tende a trasformare una vicinanza in responsabilità.
Un uomo frequenta determinate persone. Quelle persone sono considerate massoni o sospette di irreligiosità. Una proposizione viene pronunciata o attribuita a qualcuno in quell'ambiente. Crudeli appartiene alla stessa rete.
La catena può quindi richiudersi su di lui anche quando manca, secondo la sua lettura, una deposizione diretta su ciò che avrebbe personalmente detto.
Crudeli descrive il sistema attraverso una parola molto concreta: la colubrina.
La colubrina era un'arma da fuoco. Nei suoi appunti diventa l'immagine di un'accusa con più bocche: una punta verso Stosch, un'altra verso l'abate Franceschi, un'altra ancora verso Crudeli.
Se la difesa chiude una strada, ne rimane aperta un'altra.
È per questo che continua a parlare di «trappole» e teme che il processo possa allungarsi senza arrivare a un punto fermo.
Nei Biglietti ritorna continuamente una paura: la lunghezza del processo.
Crudeli rimprovera chi dovrebbe difenderlo. Chiede perché certi interrogatori non siano ancora stati preparati. Vuole che i testimoni vengano richiamati. Cerca di spingere gli amici ad agire.
A un certo punto scrive:
«Prevedo lunghezza estrema, difesa di nome, e non altro.»
In un altro messaggio prova quasi a fare il conto del tempo che lo aspetta:
«Sei mesi di difesa, sei di processo a Roma, poi la pena.»
Non sappiamo se quella previsione fosse realistica. Sappiamo però che era così che Crudeli vedeva la propria situazione.
La detenzione non è quindi soltanto lo spazio della cella. È anche un tempo che continua ad allungarsi.
Ed è dentro questo tempo che compare una delle frasi più semplici e più dure dei Biglietti:
«fra poco non potrò informarla più in memorie scritte, perché il lapis finisce.»
La possibilità di difendersi dipende anche da questo: avere ancora qualcosa con cui scrivere.
Crudeli non comunica legalmente con l'esterno.
I Biglietti mostrano un sistema clandestino fatto di piccoli espedienti. Si parla di fogli lasciati cadere in una tasca, di inchiostro, di messaggi fatti passare con una funicella e perfino di scrittura nascosta attraverso il succo di limone.
Crudeli cita anche un proprio biglietto scritto con «inchiostro della China».
Questi comportamenti pongono un problema che non conviene nascondere.
Crudeli sostiene di essere innocente rispetto alle accuse di eresia, ma cerca realmente di aggirare il controllo del carcere e di coordinare la propria difesa attraverso comunicazioni segrete.
La clandestinità dei messaggi non prova le accuse per le quali era stato arrestato. Offre però al tribunale nuovi elementi contro di lui.
Il 20 dicembre 1739, secondo il racconto contenuto nei Biglietti, nella sua prigione vengono trovati una corda, un pugnale spuntato e inchiostro delle Indie.
Seguono nuove perquisizioni e viene aggiunta una sbarra di ferro alla porta.
Crudeli precisa un dettaglio:
«non tre giorni, ma tre notti fui nel cesso, di giorno mi cavavano.»
Non serve aggiungere molto.
Il suo interesse è persino puntiglioso: vuole che sia registrato correttamente che non furono tre giorni interi. Furono tre notti.
Crudeli teme che il ritrovamento della corda cambi la natura stessa del processo.
Scrive al suo interlocutore:
«il Fisco pretende che la fune sia una confessione»
È la sua interpretazione della strategia dell'accusa, non la prova che il tribunale avesse formalmente attribuito alla corda quel significato.
Il problema riguarda anche il fratello.
Le comunicazioni clandestine tra i due potrebbero diventare pericolose se le loro dichiarazioni non coincidessero. Crudeli cerca quindi di sapere che cosa il fratello abbia riferito all'Inquisizione, fino a ipotizzare la preparazione di un nuovo biglietto compatibile con quella versione.
È un particolare importante perché impedisce una lettura troppo comoda della vicenda.
Crudeli non è soltanto l'uomo che denuncia un procedimento che considera ingiusto. È anche un imputato che utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione, compresi quelli vietati, per difendersi.
Con il passare dei mesi nei Biglietti aumenta la diffidenza.
Crudeli teme che nella cappella possano essere nascoste persone incaricate di ascoltare. Interpreta alcune parole del personale del carcere come possibili messaggi dell'Inquisizione. Sospetta che qualcuno vicino alla difesa possa essere una spia.
Poi il timore raggiunge direttamente le carte processuali.
Scrive:
«Io adesso temo, che mi sia portato via il processo»
e teme che possano essere:
«mutate le repetizioni de' testimoni»
fino alla possibilità che all'avvocato venga consegnato un fascicolo diverso.
Sono accuse gravissime.
I Biglietti documentano con certezza che Crudeli formulò questi sospetti. Da soli, però, non dimostrano che le deposizioni furono effettivamente sostituite o falsificate.
Lo stesso criterio vale per una paura ancora più estrema. Crudeli scrive:
«la profezia che io feci, che m'averebbero avvelenato, riescirà vera»
La frase prova che temeva di essere avvelenato. Non prova che qualcuno stesse realmente preparando il suo avvelenamento.
È una distinzione necessaria, ma non rende il documento meno impressionante. Anzi. Ci permette di vedere fino a che punto la detenzione avesse reso fragile il confine tra pericolo verificabile e pericolo temuto.
Nelle ultime carte Crudeli passa dal sospetto a una critica molto precisa del materiale processuale che ha potuto vedere.
Chiede all'avvocato:
«che ella si tenga lungo tempo questo straccio»
Lo «straccio» è il fascicolo.
Crudeli ne elenca i difetti: i suoi costituti, secondo lui, non sarebbero esatti; mancherebbero esami dei denunciatori, interrogatori e repliche; in alcuni casi non sarebbe indicato con precisione il luogo del presunto delitto; mancherebbe un suo ultimo costituto successivo alle nuove deposizioni.
Non siamo più davanti soltanto all'accusa generica di essere perseguitato.
Crudeli entra dentro la carta. Guarda che cosa c'è e che cosa, a suo giudizio, manca.
Ed è proprio la carta uno dei terreni su cui si combatte tutta questa vicenda.
Da una parte esiste la scrittura ufficiale del processo: costituti, interrogatori, testimonianze, copie.
Dall'altra esiste questa scrittura clandestina: fogli nascosti, lapis, inchiostro di China, succo di limone, biglietti affidati a una fune.
Crudeli sembra avere capito perfettamente una cosa: ciò che non entra negli atti rischia di non esistere più.
Una nota di Francesco Corsi relativa al primo esame conserva un episodio particolarmente significativo.
All'inizio dell'interrogatorio Crudeli avrebbe prestato il giuramento de dicenda veritate, di dire la verità. Alla fine gli sarebbe stato imposto quello di segretezza.
Corsi annota però anche che una parte dello scambio relativo al giuramento massonico non fu scritta.
Padre Ambrogi, indicato nei messaggi con il soprannome di «Cicala», avrebbe mostrato o indicato il Vangelo dicendo a Crudeli:
«questo è il giuramento buono [...] e non il giuramento del Frimesson.»
Sappiamo che Corsi registra questa frase. Sappiamo anche che annota l'assenza dal verbale della risposta di Crudeli e della replica dell'inquisitore.
Quello che non possiamo fare è ricostruire il dialogo mancante.
Il vuoto, questa volta, deve rimanere vuoto.
Le carte contengono anche informazioni sulle domande rivoltegli riguardo ai Liberi Muratori.
Vengono chiesti particolari sui riti di ammissione, sulla benda, sulle luci, sulle formule, sui segni, sul giuramento e sui membri inglesi.
Crudeli sostiene di aver rispettato la proibizione emanata contro la Massoneria e di non avere più partecipato alle riunioni dopo di essa.
Quando le domande arrivano a ciò che avveniva a tavola tra i massoni, la sua risposta è quasi comica nella sua semplicità:
«Si ride, si beve, si parla.»
Dopo l'accumulo di descrizioni sinistre, rituali segreti e presunte proposizioni eretiche, Crudeli riduce la scena a una normale conversazione tra uomini seduti a tavola.
Non possiamo assumere la sua risposta come descrizione imparziale di tutte le attività massoniche fiorentine. È la risposta dell'imputato.
Ma è una delle frasi nelle quali si riconosce meglio la sua voce.
I Biglietti dal carcere rendono difficile trasformare Tommaso Crudeli in un santino.
Ha paura. Sospetta. Si arrabbia.
Dà dello stupido al fratello. Rimprovera l'avvocato. Ricorda con evidente soddisfazione di aver insultato persone che ora vorrebbe screditare come testimoni. Organizza domande, indica amici da coinvolgere e cerca di fare arrivare fuori dal carcere una propria versione dei fatti.
Nello stesso tempo osserva con grande lucidità i meccanismi del procedimento che lo riguarda.
Una frase ritorna sopra le altre:
«quelle cose che in altri sono bagattelle in me diventano importantissime, come Frimesson.»
È il modo in cui Crudeli interpreta ciò che gli sta accadendo.
Non necessariamente la verità definitiva sul processo. La sua verità mentre il processo è ancora aperto.
Ed è proprio questo a rendere i Biglietti così preziosi.
I documenti vanno letti per quello che sono.
I Biglietti provano che Crudeli elaborò una propria strategia difensiva, comunicò clandestinamente con l'esterno, indicò testimoni e contestò diversi elementi dell'accusa.
Provano ciò che scrisse sulla fune, sulle perquisizioni, sulla propria permanenza nel «cesso», sulla lentezza della difesa e sulle condizioni nelle quali cercava di continuare a comunicare.
Documentano anche le sue paure.
Ma quando Crudeli sospetta spie, alterazioni delle deposizioni o un possibile avvelenamento, il documento certifica l'esistenza del sospetto, non automaticamente il fatto sospettato.
Per stabilire quanto le sue accuse trovino conferma occorre confrontare questi fogli con gli atti della processura e con le altre fonti contemporanee.
I Biglietti hanno però qualcosa che nessun fascicolo ufficiale può dare allo stesso modo.
La voce del prigioniero.
Una voce nervosa, sarcastica, spesso lucidissima, qualche volta impaurita. Una voce che tenta di raggiungere l'esterno prima che finisca il lapis.
Biglietti di Tommaso Crudeli dal carcere, Archivio di Stato di Firenze, fondo Reggenza, filza 339, fascicoli 3 e 4.
Le citazioni riportate in questa pagina conservano, per quanto possibile, la forma dell'edizione utilizzata. I Biglietti devono essere letti insieme alla documentazione del processo: le affermazioni e i sospetti formulati da Crudeli non sono stati trasformati in fatti quando le altre fonti non permettono di verificarli.
Approfondimento: Il processo a Tommaso Crudeli: arresto, Inquisizione e condanna