Scrivete pure:
nove maggio
millesettecento trentanove.
Scrivete che entrarono all’alba,
che trovarono libri
dove cercavano colpe.
Scrivete che presero un uomo.
Ma non saprete scrivere
il nome del vero imputato:
il Pensiero.
Mi presero piano,
come si prende un libro
che non deve più circolare.
“Dottore…
poeta…
segretario.”
Tre parole pronunciate piano:
Colpevole.
Firenze dormiva dietro i vetri,
strade pulite,
campane tranquille.
Ma dentro quelle mura
la luce
diventava interrogatorio.
Non volevano me.
Volevano nomi.
Stanze,
tavoli,
dove il lume
passava di mano.
Chiedete nomi,
chiedete libri,
chiedete chi accende il lume.
Chiedete fede,
chiedete silenzio,
ma non spegnerete il lume.
E se il pensiero è colpa
scrivete il mio nome
dentro la vostra paura.
Io non nacqui per tacere.
No,
non nacqui per tacere.
“Con chi ti riunisci?”
— Con uomini.
“Che uomini?”
— Ogni sorta:
basta che sian galantuomini.
Calzolai,
medici,
studiosi.
Gente
che parla.
“E dove?”
Nelle biblioteche,
nelle accadèmie
dove l’inchiostro respira.
“Che leggi?”
— Ciò che temete.
E allora capii:
non cercavano scandalo.
Cercavano un esempio.
Spegnere uno
per fermare il lume.
Chiedete nomi,
chiedete libri,
chiedete chi accende il lume.
Chiedete fede,
chiedete silenzio,
ma non spegnerete il lume.
E se il pensiero è colpa
scrivete il mio nome
dentro la vostra paura.
Io non nacqui per tacere.
No,
non nacqui per tacere.
Prima cercarono vergogna,
una macchia
da gridare alla città.
Ma la vergogna
non venne.
Allora guardarono i miei libri,
le parole
lasciate sul tavolo.
E capirono
chi sedeva davvero
sul banco degli imputati:
non il mio nome,
non il mio corpo.
Il lume.
E la luce
fa paura
a chi vive nell’ombra.
Chiedete nomi,
chiedete libri,
chiedete chi accende il lume.
Chiedete fede,
chiedete silenzio,
ma non spegnete il lume.
E se il pensiero è colpa
portate pure la sentenza:
il lume vive ancora.
Io non nacqui per tacere.
No,
non nacqui per tacere.
Nove maggio
millesettecento trentanove.
Il lume
non firma silenzi.